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Programmazione Cinema a Matera
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    ...
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    * * * - - (mymonetro: 3,00)

    Regia di
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Basilicata in Tir, successo del folklore lucano a Pisa

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Donne in bianco e senza volto. Cala la maschera ed ecco l’immagine della Basilicata: danzatrice d’amore ossessivo e orante verso un doloroso Dio a piedi scalzi e senza troppi orpelli. E’ l’incipit della serata di ieri in Piazza Garibaldi di Pisa del teatro-canzone di “Sacre Terre, riti miti e culti in terra di Lucania” dei Tarantolati di Tricarico, uno spettacolo organizzato dall’APT Basilicata in collaborazione con l’associazione dei lucani di Pisa (Lu.Pi) e Basilicata in Tir. 

Per il Direttore Generale dell’APT Gianpiero Perri l’evento proposto a Pisa è un nobile esempio di collaborazione tra istituzioni pubbliche regionali e associazionismo teso a promuovere l’immagine della Basilicata con i linguaggi dello spettacolo e dell’arte.

 

Sotto lo sguardo ammiccante di un Garibaldi impietrito scorrono immagini della Passione di Cristo e della tradizionale processione pasquale della Madonna di Fondi. La musica sale lenta e cadenzata a cantare il canto della Vergine mentre vede il martirio del proprio figlio. Poi, quando il lamento incalza e il pathos chiede più ritmo, ecco sopraggiungere, col tipico passo zoppo delle tarantate, quattro donne in bianco che circondano e consolano la Madre in nero. E’ il sacro della tradizione lucana che sgrana il proprio rosario cantato nella piazza attonita di Pisa.

 

All’improvviso si cambia registro. Partono i tamburelli col loro ritmo tellurico e li insegue il cupa-cupa, strisciando verso una danza che, ormai, è diventata il sinonimo dell’amore. Dopo la sacralità del sentimento mistico, ecco il profano dell’amore carnale. I piedi cominciano a saltare all’impazzata e in piazza la temperatura sale fino a diventare rovente, proprio come il morso del famoso ragno che conduce alla follia amorosa. La piazza è colta da un vortice irrefrenabile di salti, canti e rincorse verso l’amata o l’amato. E’ stracolma e le gomitate non mancano, ma nulla può frenare l’esorcismo in atto. Nastri colorati restituiscono la direzione che, inevitabilmente, si riperde dietro l’incalzare delle note. Si passa dal corteggiamento dei corpi ai canti della trebbiatura, andando verso un canto di lavoro che, lentamente, si trasforma in amore, in lode alla fertilità della terra. Qui le immagini proiettate si spostano ad Accettura, dove l’agrifoglio svetta in tutta la sua feconda femminilità nell’attesa di essere dato in sposa al re del bosco, il virile Maggio.

 

E, se ancora non dovesse bastare a rappresentare tutto il sacro e il profano racchiuso nella terra di Basilicata, ecco scendere dal palco le mucche e i tori, con l’unico scopo di raggiungere “il mare”. La transumanza del Carnevale di Tricarico invade la folla e celebra il proprio baccanale sotto un Garibaldi che prende il posto di un albero della cuccagna. La mandria si dimena, si contorce, ruota su stessa e poi grida “Viva la Lucania!”. Il rito d’amore si conclude e, a malincuore, la folla lascia andare i “musicanti” con un applauso fortissimo e un “grazie” di cuore.

 

Questo e molto altro hanno suscitato canzoni come “ravatan”, “u sol”, “sciuk e sciuk”, “abballam”, “transumanza” o classici come “Gerusalemm”, “Hartta mammona” e “Cara Ninella” dei Tarantolati di Tricarico nel foltissimo pubblico pisano