Didattica in presenza nelle scuole: come si divide la popolazione studentesca?

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Più passa il tempo, più sembrerebbe trovare conferma l’ipotesi secondo cui, in Italia, l’apertura delle scuole contribuisca in modo significativo all’incremento dei contagi da Covid-19. Le cause di questa relazione sono certo molteplici, e non si conosce ancora la ragione prevalente; ma ogni volta, non appena le scuole riaprono, accade che il virus acceleri bruscamente la sua corsa, provocando da una parte l’aumento tra gli studenti dei casi prevalentemente asintomatici, per definizione difficili da individuare, dall’altra il contagio indotto – assai più incisivo e pericoloso – dei loro familiari.

Nelle ultime ore, come riporta il Corriere della Sera, il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sul “Focus Età Evolutiva”, che ha monitorato “i casi tra i più giovani dal 24 agosto 2020 al 24 febbraio 2021”, ha fornito al Comitato Tecnico Scientifico del Ministero della Salute nuovi elementi di valutazione; infatti si evidenzia che “a partire dalla fine di gennaio l’incidenza dei casi di Covid-19 nella fascia sotto i 20 anni ha superato, per la prima volta da inizio pandemia, quella delle fasce di popolazione più adulte, e a febbraio è rimasta leggermente più alta”.

È verosimile che le risultanze dello studio IIS producano un adeguamento del nuovo DPCM, a firma Mario Draghi, che sarà in vigore dal 6 marzo al 6 aprile prossimi. Tuttavia, la bozza del documento governativo, anticipata dal sito internet “Scuola Informa”, conferma sostanzialmente in questo ambito le direttive del precedente dispositivo, ove si verifichino le condizioni restrittive: “almeno al 50 per cento e fino a un massimo del 75 per cento della popolazione studentesca delle predette istituzioni sia garantita l’attività didattica in presenza. La restante parte dell’attività didattica è svolta tramite il ricorso alla didattica a distanza”.

Questa modalità normativa, se confermata anche questa volta, potrebbe continuare a generare una possibile contraddizione: il decreto, pur confermando la necessità di ridurre la presenza degli studenti a scuola, ancora una volta, non fornirebbe alcun chiarimento in merito alla possibilità che dette percentuali debbano essere applicate all’interno delle aule, proprio per ridurre la densità delle persone presenti all’interno dello stesso locale. La necessità di questa precisazione ha una sua ragion d’essere, poiché finora l’interpretazione alla lettera delle precedenti disposizioni ha fatto sì che in molte scuole si sia divisa la “popolazione studentesca” tra classi intere in presenza e a distanza, mentre in altri istituti – anche su sollecitazione dei genitori – sia prevalsa la linea di riduzione del numero degli studenti in ciascuna aula.

Nel frattempo, due governatori regionali hanno fornito una propria chiave interpretativa, decisamente più prudenziale: il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli – il 20 gennaio scorso – ha firmato l’ordinanza di riapertura delle scuole, in cui dichiara: “È fortemente raccomandato che la percentuale del 50% sia determinata in riferimento al numero degli alunni delle singole classi e non solo dell’intero istituto scolastico”. Analogamente, il 27 febbraio, il presidente facente funzioni della Regione Calabria, Antonino Spirlì, ha confermato nell’ordinanza n. 8 la raccomandazione a “un’organizzazione che preveda la presenza in ciascuna rispettiva aula di non più del 50% degli studenti rispetto alla capienza prevista”.

La differenza non è di poco conto; a maggior ragione, dopo aver recepito le ultime notizie fornite dall’Istituto Superiore di Sanità. Sarebbe ora auspicabile che il prossimo DPCM chiarisse semplicemente in modo più netto cosa significhi la riduzione percentuale della popolazione studentesca: tra le classi intere o – come probabilmente sarebbe più sicuro – all’interno delle stesse.

Angelo Tarantino

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